OLTRE LA CARTOLINA

THAILANDIA REALE · VOLUME 02 · NUOVA EDIZIONE

Il prezzo del Farang

Resterai sempre un farang. Quanto ti costa, dipende da te.

In Thailandia ti riconoscono prima ancora che tu apra bocca. Il racconto, dall’interno, di un italiano che ci vive: che cosa vuol dire restare sempre lo straniero, e quanto di quel prezzo si può togliere.

Copertina di Il prezzo del Farang

DENTRO IL LIBRO

Essere stranieri, anche quando ti senti a casa.

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Gli unici farang qui dentro.

Quella sera avevamo mangiato pesce a Bang Por, sulla costa nord-ovest di Koh Samui, mentre il sole scendeva sul mare. Eravamo in tre: io e due dei miei amici più cari, quelli di sempre, con cui condividevo una filosofia molto semplice. Partiamo, e poi si vede.

È stata un'esperienza autentica, di quelle che consiglio a chiunque passi da Samui. Ma la serata vera doveva ancora cominciare.

Siamo ripartiti in scooter verso Maenam. A un certo punto ci siamo trovati affiancati a due ragazze, anche loro in scooter. Non chiedermi come, ma ci siamo messi a parlare così, da un sellino all'altro. Io ho risposto in thai, con le parole che conoscevo. È bastato. Si sono subito sciolte, e da lì siamo scoppiati a ridere tutti, in mezzo alla strada.

Si chiamavano Noi e Kanda. Parlavano un inglese spezzato, ma ridevano con quella spontaneità di chi non ha filtri. In quel momento mi sono sentito un bambino. E ho capito una cosa che la Thailandia mi avrebbe confermato tante altre volte: se la sai vivere, ti può dare davvero tanto.

La serata è finita a Chaweng: ci hanno portati loro. Ma non nella Chaweng che conoscono i turisti.

Il locale vicino allo stadio

Vicino allo stadio di Muay Thai, nascosto fra officine chiuse e palestre di boxe, c'era un posto enorme. Era all'aperto, coperto da una tettoia gigantesca, acceso da neon colorati e lampadine nude.

Non c'era un solo occidentale. Sul palco un gruppo del posto suonava rock thailandese, di quello che chiamano phleng phuea chiwit, «canzoni per la vita», a un volume che ti entrava nello stomaco. I tavoli erano pieni di ragazzi thai. Al centro di ognuno non c'erano i secchielli di cocktail che si vendono ai turisti, ma bottiglie di Blend 285 o di Hong Thong, il whisky locale, secchi enormi di ghiaccio e litri di acqua gassata per allungarlo.

Ci siamo seduti lì, al centro dell'attenzione di tutto il locale. E ci siamo resi conto che eravamo appena entrati nella vera vita notturna di Koh Samui.

È stata una serata epica. Una delle più belle che ricordi.

Perché comincio da qui

Comincio da quella sera perché dentro c'è quasi tutto il libro.

C'è la parola farang. Eravamo noi, e lo eravamo nel modo più evidente possibile, dal primo passo sotto quella tettoia. Nessuno di noi avrebbe potuto confondersi.

C'è il prezzo: essere guardati, essere notati, non passare mai inosservati. In tanti posti costruiti per i turisti quell'attenzione si paga, a volte cara. Quella sera, invece, era curiosità.

E c'è il modo di toglierne una parte. Non è stato un trucco né una tecnica. È bastato parlare thai da uno scooter, avere voglia di ridere e lasciarsi portare dove andavano loro, invece che dove vanno tutti.

Le prossime pagine provano a spiegare perché in Thailandia resterai sempre un farang, e perché non è un problema da risolvere ma una posizione da capire. Parleremo della parola, dei prezzi doppi, del perché si contratta, della faccia, degli amici, della coppia, della fiducia. E di quei posti in cui ti accorgi di essere l'unico straniero: quasi sempre sono quelli giusti.

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